DOBBIAMO PROSEGUIRE IL LAVORO DEI GIUDICI FALCONE E BORSELLINO

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Schermata 2013-03-30 alle 10.31.08Quando quel giorno, i primi di ottobre dell’anno ormai passato, la mia professoressa di storia e filosofia, Rosalba Paladini, entrò in classe, notammo subito la sua espressione entusiasta.

Poco dopo, ci espose la sua idea : avviare un corso sulla legalità presso la mia scuola superiore, il Liceo classico ”Giuseppe Palmieri”; ma non un corso sulla legalità come quelli già sperimentati gli anni scorsi, quest’anno il tema portante era la lotta contro la mafia portata avanti dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il corso era diviso in tre moduli; il primo prevedeva delle lezioni teoriche sull’argomento mafia in generale, partendo dalle origini e arrivando ai nostri giorni; nel secondo modulo si leggevano passi tratti dai testi lasciatici dai due magistrati palermitani; infine il terzo vedeva la messa in scena di una recita da parte di noi studenti aderenti al corso e avente come oggetto la rielaborazione dei suddetti passi.

Decisi quasi subito di aderire, perchè reputavo scarse le mie conoscenze riguardo quest’importante e delicato argomento. Devo ammettere che le mie aspettative erano abbastanza alte, ma con mio piacere, alla fine del corso, ho scoperto che erano state ampiamente soddisfatte!
Il primo modulo, quello che ho seguito più da vicino, ha aperto la mia mente riguardo il fenomeno mafioso; sviluppatasi verso l’inizio dell’ Ottocento nella terra di Sicilia, la mafia vede la sua luce nel personaggio del gabbellotto, una figura sociale media con la pretesa di maggior prestigio, che, aiutando con prestiti finanziari i nobili in difficoltà, riesce a strappare loro pezzi delle terre signorili, non rinunciando alla violenza se i contadini osavano ribellarsi. Passando in rassegna l’evolversi di questo fenomeno, si parte dal primo delitto mafioso, l’omicidio di Emanuele Notarbartolo nel 1893 (nel cui processo venne fatto zittire l’unico testimone e quindi tutto si risolse -già allora- con un nulla) e si arriva ai giorni nostri, a uno degli aspetti più importanti e pericolosi, a mio parere, che presenta la mafia; cioè il suo stretto rapporto con il mondo della politica e dell’economia. Ciò che più mi ha impressionato è la cosiddetta questione della ”trattativa Stato – mafia”, il famoso accordo nel quale si sarebbe imbastita una trattativa, voluta dall’allora ministro Mannino e i boss di Corleone per frenare gli attentati che si stavano susseguendo in diverse città italiane; in cambio, i capi mafiosi chiedevano la sospensione della legge 41 bis, il carcere duro previsto per gli affiliati alla mafia, legge tra l’altro fortemente voluta da Giovanni Falcone. Quello che mi ha colpito è che probabilmente il giudice Borsellino sia stato assassinato in quanto a conoscenza di questa possibile trattativa, che certamente e ovviamente non condivideva. Ma allora, la giustizia che ruolo ha nel nostro Paese? Ha un ruolo debole, se si piega a organizzazioni illecite. Ha un ruolo strumentale, se per portare avanti i propri interessi finanziari si ricorrono a omicidi, attentati, intimazioni. Ha un ruolo fittizio, nella vita di tutti i giorni: l’italiano che accende la televisione e si trova davanti queste notizie, come può sperare di essere tutelato dalla giustizia? Come può lo Stato scendere a patti con la mafia? Significherebbe quindi che tutto il lavoro, l’impegno, la passione messi in atto da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, veri eroi dei nostri tempi, siano stati vani. Allora è qui che si inseriscono i giovani. Il nostro compito è quello di proseguire verso il giusto, di sapere come comportarci, di portare avanti l’impegno di questi due uomini straordinari ingiustamente uccisi. ”Conoscere per non dimenticare: continuiamo la lotta di Falcone e Borsellino”, come recita il nome del nostro corso. Grazie, professoresse, per averci dato la possibilità di comprendere il vero e unico significato della parola ”legalità”.

DARIA VETRUGNO 3^ E
pubblicato il 19/03/2013, Gazzetta del Mezzogiorno

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